Abstract
Il divario tra il salario medio e il costo della vita nelle metropoli ha portato a concepire la casa come un bene di lusso, piuttosto che come uno dei bisogni primari dell’uomo. Il criterio di redditività dello spazio domestico nell’attuale mercato immobiliare ha aumentato notevolmente il costo al metro quadro, suddividendo gli spazi per aumentare il reddito proporzionale. Di fatto, spazi più piccoli e meno salubri vengono affittati a prezzi più elevati. Il modello architettonico dell’existenzminimum è stato corrotto dalla logica capitalista della redditività dello spazio, dimenticando i diritti umani e il benessere.
La presente ricerca nasce dal binomio alloggio e democrazia. Questi due concetti sono stati associati dall’architettura moderna sotto lo slogan: una casa per tutti (Congresso CIAM, 1929). Nel corso del tempo, l’estrema razionalizzazione e standardizzazione dell’edilizia di massa ha portato a una rigida segregazione funzionale e a un approccio quantitativo, in base al quale una produzione edilizia sostenuta avrebbe soddisfatto le esigenze dei gruppi a basso reddito (Tosi, 1994).
Come dovrebbe essere la vita democratica? È l’anonimato industriale e la standardizzazione del “Co-op Interieur” (1926) di Hannes Meyer, una singola cella generica che appartiene all’intera metropoli come diritto fondamentale universale, replicabile all’infinito? Oppure è un alloggio su misura in cui un’offerta diversificata, basata su diverse fasce di reddito, si combina con la progettazione di uno spazio domestico che riflette le esigenze, i valori e i desideri di ogni futuro inquilino? Le esigenze e le attività dei futuri inquilini sono diventate il nuovo criterio di rilevanza durante la “rivoluzione abitativa” degli anni ’70: l’idea che abitare sia un atto (Habraken, 1972) e la nozione di alloggio come verbo (Turner, 1976) sono temi chiave. Come risultato di questo cambiamento di paradigma, è nato il modello di cohousing. Esso combina alloggi privati individuali con spazi collettivi caratterizzati da flessibilità. Consente di ridurre i costi e di personalizzare gli spazi attraverso la progettazione partecipativa. È nato nel nord Europa e poi si è diffuso nei paesi anglofoni e nell’Europa continentale, entrando in una nuova fase di sviluppo a partire dagli anni 2000 nel resto d’Europa, in particolare nel sud.
È possibile progettare un modello di cohousing riproducibile su larga scala, superando il limite di enclave puntuali e disaggregate, per contribuire a garantire l’accessibilità abitativa in modo efficace? Questa ricerca si concentra sull’analisi critica di questa tipologia per rispondere alle esigenze contemporanee più diversificate. I casi studio internazionali vengono scelti per le caratteristiche innovative del modello gestionale (software) o del modello fisico (hardware) e poi analizzati sia per gli aspetti tipologici replicabili sia per i diversi approcci possibili in termini di offerta, ruolo del gestore sociale, varietà contrattuale, mix sociale e garanzie offerte dal servizio. Il fine è analizzare come i paradigmi di flessibilità, personalizzazione e ibridazione si traducano in architettura e se un processo partecipativo sia più efficace. L’obiettivo è delineare, attraverso lo studio etnografico e la ricerca-azione, che il cohousing è un modello, non una tipologia e può quindi essere interpretato in modo diverso a seconda del contesto; le pubbliche amministrazioni, riconoscendo la tendenza, possono agire come facilitatori attraverso politiche dedicate; l’inclusione degli utenti è uno strumento per garantire l’efficacia del progetto; la condivisione degli spazi aiuta a ridurre i costi e, insieme al processo a basso costo e agli incentivi fiscali, garantisce l’accesso ad alloggi a prezzi accessibili e su misura per i desideri dei futuri utenti, combinando reti di solidarietà e valore sociale in alloggi inclusivi, adeguati e sostenibili.